
L’intervista
di Pietro Nicosia con Corey Harris
Una esibizione, quella di Corey Harris, che ha letteralmente stregato
i tanti appassionati di musica afro-americana, che sono accorsi a Mascalucia
per assistere all’Etna Blues Festival 2007, la storica rassegna
che ha celebrato il diciannovesimo anno e la settima edizione, allestita
dall’Associazione Sicilia Blues e dal Comune di Mascalucia col
patrocinio di Provincia Regionale di Catania (Assessorato Valorizzazione
dell’Etna) e Regione Siciliana.
Corey Harris è un intellettuale del blues. Dottore in Antropologia,
armato di registratore e notes, ha abbracciato la sua missione andando
in giro per l’Africa a ritrovare nei ritmi di quel Continente
il filo che si lega al blues dei neri d’America.
Mali, Cameroun incontri importanti sino a rendersi protagonista di uno
stile acustico in cui la differenza fra blues e ritmi tribali è
quasi nulla. La sua musica crea un ponte ideale tra due tradizioni vive
in continenti diversi, che si possono riunire in un’unica matrice.
Il suo luogo espressivo diventa New Orleans, naturale snodo di culture
musicali differenti. Due anni dopo il debutto discografico con “Fish
Ain’t Bitin’ “ consegue l’Award per il miglior
Album acustico dell’anno. Martin Scorsese lo invita a tornare
in Africa per il film dedicato al blues “Feel Like Going Home”.
Nel “2007 Blues Music Awards”, Corey Harris, ottiene la
nomination come migliore artista acustico dell’anno.
Abbiamo incontrato l’artista nel corso del Festival Blues di Mascalucia,
rimanendo incantati dalla simpatia immediata che riesce a trasmettere
anche nel corso dei suoi concerti dove spesso duetta col pubblico.
D) Harris, Lei è impegnato in un processo di riavvicinamento
del blues alla sua matrice africana. In cosa l’Africa è
presente nel blues?
R) L’Africa si può individuare in aspetti che, forse, lo
spettatore non particolarmente attento non immagina. Oltre, ovviamente,
alle scale ed al ritmo è presente negli strumenti: nei violini,
nel banjo, nella chitarra, nel piano, nelle percussioni sino al modo
di cantare e, dunque, nella voce. E poi l’Africa è presente
nel patrimonio genetico del blues: i neri d’America sono gli eredi
di quegli schiavi che con forza furono portati via dalla loro madrepatria.
D) Quanta Africa c’è nella sua storia personale?
R) Quando ero giovane studente di antropologia, mi resi conto che l’Africa
era nelle persone di colore che incontravo anche se provenienti da diversi
Paesi. Facendo un paragone che rende bene il confronto, possiamo immaginare
l’Africa come le radici ed il resto del mondo come l’albero
che si sviluppa. Tutto nasce da lì.
D) Cosa le è rimasto dei suoi soggiorni in Mali e Cameroun?
R) Ho incontrato persone straordinarie a cominciare da Alì Fark
Tourè, il re del blues africano, ma anche Boubacar Traorè,
altro “vecchio” del genere. Abbiamo suonato e cantato molto
insieme. E poi c’è la grande avventura con Martin Scorsese
per il film sul blues “Feel Like Going Home”. Esperienze
indimenticabili.
D) Ma Lei si definisce un artista acustico?
R) No. Suono anche la chitarra elettrica con una band reggae. Sono “Rastafariano”
ed amo il reggae che rappresenta l’aspetto elettrico del mio lavoro.
D) Perché oggi i giovani americani sono maggiormente interessati
a generi come il rap o l’hip hop piuttosto che al blues?
R) Credo che ciò sia l’effetto dell’abolizione, nel
mio Paese, dell’insegnamento di uno strumento musicale a scuola.
I giovani non imparano la musica attraverso lo strumento ma lo fanno
mediante la radio, la tv piuttosto che tramite una esperienza diretta
che poi ti coinvolge anche nelle scelte musicali.
